Varata a Trieste nel 1932 presso i Cantieri Navali Riuniti dell’Adriatico la nave Cariddi è stata una delle prime unità della flotta FS all’epoca in servizio nello Stretto ad essere dotata di motori diesel-elettrici (i primi del genere nella marina mercantile italiana) e propulsione ed elica al posto delle pale rotanti azionate da propulsori a vapore.

 

La sua forma d’origine (vedi foto) era diversa da quella che ricordiamo, innanzitutto per la presenza di un solo fumaiolo, poi per il diverso aspetto di tutta la zona di prua (completamente aperta), per la presenza di tre binari anziché quattro e per la lunghezza decisamente più corta (di circa 11 metri).

 

All’epoca della sua immissione in servizio la nave rappresentò una vera e propria rivoluzione nel panorama dei trasporti dello Stretto, aumentando notevolmente la capacità di carico di mezzi ferroviari e non, la frequenza dei collegamenti tra le due sponde Calabrese e Siciliana e il confort dei passeggeri che vi soggiornavano.

 

 

 

 

 

Insieme alla unità “gemella” Scilla, di poco più anziana, la Cariddi divenne subito l’ammiraglia della flotta FS d’anteguerra; ad essa fu subito affidato il traghettamento dei convogli viaggiatori più prestigiosi, ma non solo.

 

Nell’estate del ’43, seppur danneggiata a seguito del bombardamento aereo del 9 giugno, la Cariddi, insieme agli altri traghetti allora disponibili ed a 3 piroscafi e 13 "muli del mare" MZ, fu impiegata per trasferire in Calabria i resti delle forze italiane che si ritiravano dal fronte di guerra siciliano.

 

Le operazioni finali per gli italiani iniziarono il 3 agosto 43, per i tedeschi l'11, ed entrambe furono ultimate il 17 agosto. In totale dal 3 al 17 agosto 43 le truppe italo-tedesche riuscirono a portare in continente 102.000 uomini (di cui 67.000 italiani) e vario materiale tra veicoli, artiglierie ecc. La Piazza di Messina era stata dal 10 al 17 agosto sotto il comando del Generale di brigata Monacci poiché la Marina, il 10 agosto aveva sciolto il comando della Piazza di Messina, lasciando per le sole operazioni italiane il Contrammiraglio Parenti. In  tale contesto il Cariddi andò in avaria l'11 agosto ma fu utilizzato al traino sino al 16, allorquando fu protagonista di una incredibile vicenda.

 

Le truppe alleate erano ormai alle porte di Messina quando la Marina Militare, allora alle dipendenze delle forze nazi-fasciste, ordinò al comandante del traghetto di autoaffondare la nave.

 

Così, il 16 agosto di quell’anno la Cariddi, ancora carica di alcune decine di pezzi (circa 30) di materiale di artiglieria tedesco fu rimorchiata in prossimità della rada Paradiso, qui furono aperte le "prese-mare" per allagare i locali sottocoperta e fare affondare la nave.

 

Il traghetto però resistette fiero all’allagamento e, per farlo andar giù, fu necessario ricorrere all’esplosivo procurando una falla a bordo. Ciò accelerò l’affondamento della nave ma, purtroppo, anche il suo ribaltamento. Il Cariddi si ritrovò, così, adagiato, capovolto, su un fondale di circa 20 metri e così rimase per circa sei anni.

 

Concluse le operazioni belliche, tra il 1946 e il 1948, la nave, ancora immersa, fu liberata dai palombari dal materiale bellico che la zavorrava  e di tutte le sovrastrutture.

 

Successivamente, nel 1949, l’incremento della richiesta di trasporto attraverso lo Stretto di Messina e considerato che non erano ancora pronti i traghetti ordinati dalle FS per rilanciare il servizio tra Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria, l’amministrazione FS decise di recuperare la nave, incaricando a tal fine la ditta Weigert di Messina.

 

Le operazioni di recupero del relitto (era ormai rimasto il solo scafo capovolto) si svolsero il 21 luglio 1949 utilizzando 6 cilindri stabilizzatori vincolati  alla nave dai palombari, riempiti d’aria per riportare a galla il relitto. A testa in giù il traghetto fu rimorchiato nel porto di Messina.

 

Dopo alcuni mesi con la nave capovolta ormeggiata in prossimità del porto del capoluogo peloritano (esistono, al riguardo, alcune cartoline panoramiche d’epoca che ritraggono tale circostanza) il 21 dicembre 1949 ebbe finalmente luogo l’operazione di ribaltamento dello scafo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le cronache e le immagini del tempo raccontano che un’onda di intensa commozione pervase tutti i presenti allorquando, in modo inatteso, comparve ancora al suo posto sull’asse di poppa della nave la Bandiera nazionale; il fatto fu da tutti interpretato come simbolo della voglia di rinascita della Nazione dopo le sofferenze e le distruzioni belliche.

 

A Messina, il relitto fu sottoposto ad interventi di ripulitura, manutenzione e al recupero di tutte le apparecchiature e i materiali riutilizzabili, previa revisione, in fase di ricostruzione.

 

Le condizioni dello scafo si rivelarono più che soddisfacenti: non vi erano rilevanti deformazioni delle lamiere ne falle o lacerazioni ad esclusione di uno squarcio a prora, sul lato di dritta, al di sopra della linea di galleggiamento, verosimilmente prodottosi in occasione dell’autoaffondamento.

 

La ricostruzione della nave fu commissionata alla Società Cantieri del Tirreno di Genova, la quale, tuttavia,  non disponendo né del bacino di Palermo, impegnato per lungo tempo in altri importanti lavori, né di quelli di Genova per ragioni di indole economica, propose di tagliare la nave in due tronconi da alare su uno degli scali del Cantiere di Riva Trigoso, da allineare e poi ricongiungere.

 

Il Cariddi fu quindi rimorchiato fino a La Spezia dove, il 9 dicembre 1951, fu tagliato in due parti presso uno dei bacini dell’arsenale della Marina Militare.

 

I due tronconi dello scafo furono poi rimorchiati a Riva Trigoso, dove il primo (tronco prodiero) fu alato sullo scalo n° 3 del Cantiere il 14-12-1951 ed il secondo sullo stesso scalo, in proseguimento del primo, il 19-12-1951.

 

Fu a quell’epoca che nacque l’idea di approfittare del taglio della nave per aumentarne la lunghezza di circa 11 metri, sufficienti per maggiorare la lunghezza del fascio dei binari in misura tale da consentire un aumento della capacità di carico da 32 a 36 carri di tipo “F”, interponendo fra i due tronconi, opportunamente distanziati dopo l'allineamento, una terza sezione lunga 11 metri (quella con il secondo fumaiolo). I binari diventarono quattro, furono installati nuovi motori e la parte di prua fu modificata in modo tale da creare sopra il ponte binari una piattaforma per il trasporto di autoveicoli.

 

Si approfittò dei lavori anche per dotare la nave di un castello prodiero (caratterizzato dai due portelloni a rotazione mossi da motori elettrici) e prolungare il ponte di passeggiata creando una piattaforma capace di ospitare 15 autovetture, ciò per far fronte al continuo aumento degli automezzi che richiedevano il passaggio attraverso lo Stretto di Messina.

La Nave Traghetto Cariddi è stata uno dei simboli della storia del trasporto marittimo-ferroviario nello Stretto di Messina.

 

Dal 14 marzo 2006 questo glorioso ferry boat giace in prossimità degli approdi dei traghetti privati che fanno la spola tra Messina e Villa San Giovanni, pressoché completamente affondato.

 

Ripercorriamone in quest’articolo l’affascinante storia .

Note sul Copyright

Tutti i diritti riservati — Marchi e segni distintivi sono di proprietà dell’Associazione Ferrovie Siciliane  - AFS.

Tutto il materiale pubblicato su questo sito è protetto dalle leggi europee sulla proprietà intellettuale e non può essere riprodotto, distribuito, inviato, trasmesso, mostrato o pubblicato senza l’esplicita autorizzazione scritta del Webmaster o, nel caso di materiale di proprietà di terzi, del legittimo proprietario o autore.

Cariddi

Il traghetto che visse due volte !

di

Roberto Copia

(Prima parte)